










Scusate l’assenza ma gli esami hanno avuto la precedenza sui miei blog e il caldo terrificante di questo periodo mi tiene lontano dal PC, essendo il computer una macchina che contribuisce solamente ad aumentare la già alta temperatura della mia camera.
In ritardo scrivo qualcosa riguardo a Bono che è stato editore del numero di luglio di Vanity Fair. Ci sono 20 copertine diverse che vedono fotografati alcuni attivisti per l’Africa (anche se sinceramente Bush potevano evitare di inserirlo).
Bono ha portato alla luce storie e immagini di un continente complesso e incantevole. Più che sollecitare un cambiamento, il cantante ha voluto che ci si soffermasse sul mosaico economico e culturale tipico dell’Africa.
Qui trovate il link alla lettera scritta Bono come editore-ospite.
Ecco la mia traduzione (scusatemi, non è perfetta, ma non ho molta voglia di fare ricerche sul dizionario, però i contenuti ci sono tutti):
Lasciatemi spiegare cosa sto facendo qui, e là. Con il termine “là” non intendo il mio lavoro quotidiano come cantante della mia band irlandese postpunk, gli U2.
Con il termine “là”, intendo DATA – l’organizzazione che fa delle campagne sul debito, l’AIDS e il commercio in Africa.
Con il termine “là”, intendo la One Campaign – che sta diventando come la National Rifle Association, ma che agisce negli interessi dei poveri del mondo.
Con il termine “là”, intendo (Product) Red - che vende prodotti per acquistare medicine che gli africani non possono permettersi.
E infine con il termine “là”, intendo Edun – la linea di abbigliamento che vuole dare dignità facendo affari con il continente.
Questi progetti si collegano allo stesso posto e alla stessa idea: che l’Africa che è il terreno di prova su cui capire se davvero crediamo o meno nell’uguaglianza.
Per esempio, siamo testimoni di un desiderio generale e di una tendenza verso l’azione riguardo ai cambiamenti climatici, una cosa davvero positiva. Ma immaginate per un momento che 10 milioni di bambini perdano le loro vite l’anno prossimo a causa del surriscaldamento della terra. Uno stato di emergenza sarebbe dichiarato. Bene, l’anno prossimo, più di 10 milioni di vite di bambini saranno perse inutilmente a causa dell’estrema povertà. Circa metà di questi bambini moriranno nel continente africano, dove l’HIV/AIDS sta uccidendo a una velocità incredibile. In tutto il mondo, un numero incalcolabile di bambini morirà a causa delle punture di zanzare e della diarrea. Non è una catastrofe naturale – è una catastrofe completamente evitabile. La diarrea potrebbe essere un inconveniente nelle nostre case, ma non una sentenza di morte.
Questo sta succedendo in un periodo di grande irrequietezza geopolitica. La maggioranza della gente nel mondo non idolatra più gli ideali occidentali di giustizia, libertà e uguaglianza. Loro non credono che noi crediamo in essi. Come studente e fan di questo grande paese, l’America, e delle idee alla base di esso, penso che sia necessaria una dimostrazione di questi valori “americani”, attraverso la farmacologia, l’agro-ecologia, e l’aiuto tecnologico per coloro che si trovano in circostanze estreme. Questi sono tempi pericolosi – è più intelligente farsi amici di potenziali nemici piuttosto che difendersi da loro più tardi. Chiedete al generale James L. Jones, principale comandante della NATO che nel 2002 ha previsto le difficoltà che si sarebbero poi riscontrate in Iraq.
DATA è un gruppo di pressione con sede a Washington, D.C., Londra e Berlino e punta alle capitali dei paesi appartenenti al G-8.
La One Campaign to Make Poverty History è un gruppo-ombrello di differenti ONG e attivisti che credono nella giustizia, non nella carità. Circa 3 milioni di americani finora hanno firmato per la One Campaign, impegnandosi ad aiutare i poveri di tutto il mondo. Star del calcio, ONG, punk-rocker, praticanti religiosi… gli unici posti che non si sono attivati sono i centri commerciali.
Così io e Bobby Shriver abbiamo dato il via al progetto (Product) Red, così chiamato perchè il rosso è il colore delle emergenze, ed è l’unico modo per descrivere la pandemia dell’AIDS.
Mentre leggete questo storico articolo di Vanity Fair, il fondo globale ne sta traendo beneficio, ma non è questa la regione principale per cui abbiamo rapito gli straordinari fotografi e giornalisti di questa pubblicazione. Avevamo bisogno di aiuto nel descrivere il continente africano come un’opportunità, come un’avventura, non come un peso. La nostra abitudine è di ridurre questo continente dinamico e imprenditoriale di 53 diversi stati a un letto di morte senza speranza, fatto di guerre, malattie e corruzione.
Quindi adesso spero che capiate meglio questo “qui”, ovvero la mia firma come editore-ospite.
Infine, ho sempre immaginato che se non fossi diventato un cantante sarei diventato un giornalista. Ma,in realtà, i miei compagni di gruppo mi hanno salvato dalla delusione, dato che non sono un editore naturale. Il fatto che abbiamo 20 copertine per un numero è a dimostrazione di ciò.













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